Ott 302013
 

 

CopOmnibusKriminalLa Mondadori ha creato un nuovo settore, Mondadori-Comics che presenterà tutta l’opera di Kriminal scritta da Max Bunker, disegnata da Magnus con l’appendice delle tre parti de “Il ritorno dalla zona buia” disegnate da Perucca.

Pertanto, visto il felice esito della Tnt Edition degli Omnibus di Alan Ford, ogni mese uscirà un volume Omnibus di Kriminal contenente 6 episodi presentati in rigoroso ordine cronologico, allo stesso prezzo di copertina di  euro 14, 99.

Questa encomiabile iniziativa annulla e sostituisce la già annunciata ripresa della vecchia serie.

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Ago 202013
 

CHI È NATO PRIMA, L’UOVO O LA GALLINA ?

Io sono una lettrice di “Repubblica“ solo per la parte culturale che in genere trovo ben fatta e scritta con il garbo dell’intelletto e sono quindi sobbalzata nel leggere l’articolo dal titolo “Fattore K, cloni noir“ a firma di Luca Raffaelli che passa per un intenditore di fumetti anche  se leggendo quello che ha scritto mi sembra piuttosto uno che nutra odio nei fumetti eccetto che per uno: Diabolik.Cop K 11 - IL TESORO MALEDETTO
L’articolo in questione afferma che un giorno dal vuoto è apparso Diabolik che poi tutti l’hanno clonato, e correda l’articolo con una sfilza di copertine di noir d’epoca tra cui Kriminal, Dennis Cobb e Milord, senza citarne il copyright come anche il più sprovveduto giornale di provincia avrebbe fatto sapendo di doverlo fare, per la legge sul diritto d’autore.
Il pezzo quindi è un inno a Diabolik che è quello bravo mentre tutti gli altri sono copioni ignobili, quindi i cattivi, di cui pubblica un nutrito elenco tra cui Alan Ford. Mi sapete dire chi, che sia sano di mente, trova una connessione qualsiasi tra Diabolik e Alan Ford? E sapete come ha definito Alan Ford? Comico. Tutto lì, niente ironia, sarcasmo, arguzia, satira, tutte componenti che hanno fatto la fortuna di Alan. Forse non li capisce. Il Raffaelli scrive come un arrabbiato da sogni irrealizzati che si scaglia con veemenza contro chi questi sogni ha saputo realizzarli.

MILORD GLI SPECIAL

Io sono anche un’appassionata lettrice di gialli, autori come Ian Rankin, Fred Vargas, George Simenon, Colin Dexter  e altri allietano la mia mente, e quindi, da buona giallista mi pongo una domanda: A chi giova questo articolo che non ha il crisma dell’attualità né quello di portare fieno alla bottega  che lo paga. “Repubblica” infatti non ha collaterali di Diabolik che sono gestiti da Mondadori, e a chi devo pensare, all’editore di Diabolik, Mario Gomboli? Dio mio, tutte le cose più inaspettate possono accadere, ma sarei oltremodo stupita se, in questa sgradevole faccenda, ci fosse la mano mandante di Gomboli, in quanto lo conosco come persona gentile, educata, fine e colta e decisamente a modo.
Tutto il blaterare di Raffaelli quindi appare senza senso. Al di là degli svarioni che Max Bunker gli fa notare, si dimentica che anche Diabolik è un clone di qualcun altro che respira francese, e che come scriveva Lucrezio “De nihilo nihil“ dal nulla non si crea nulla.
Inoltre il giallo esisteva prima di Diabolik e anche prima di Raffaelli e continuerà a esserci anche  quando sia di Diabolik che di Raffaelli si sarà persa traccia.
Sotto riporto il suo scritto pubblicato su Facebook e sul  sito di Max Bunker in risposta all’inconcludente bozzone del Raffaelli al quale chiedo: Chi è nato prima, l’uovo o la gallina?

ATTENZIONE ! Per leggere compiutamente quello che Max Bunker ha scritto, bisogna ricordarsi che l’ironia è il suo pane quotidiano .

Caro Luca Raffaelli,
vivissimi complimenti per l’articolo “Fattore K, i cloni noir, i fratellini di Diabolik” pubblicato su “Repubblica” del 18 agosto. Mario ne sarà davvero felice e vedrai che ti manderà a casa un enorme mazzo di fiori, dai colori clonati. Ti scrivo perchè c’è un piccolo, piccolissimo errore in quello che hai scritto, un’inezia che in realtà nulla toglie al mio blasone, e non ti querelerò per questo, ma è per amore della verità visto che tanti, troppi, affrontano il mondo dei fumetti con una preparazione sommaria è giusto che uno dei cantori più competenti del mondo a strisce dimostri d’esserlo del tutto. Il primo numero di “Milord” soggetto e sceneggiatura di Max Bunker, poi dal secondo in poi Max Bunker fece solo il soggetto e la sceneggiatura fu fatta da Paolo Piffarerio com’è noto a tutti meno che a te. Questo meriterebbe                d’essere  sottolineato a visione dei lettori. Ancor più, per completezza di informazione, avresti dovuto citare anche altri cloni, come K-Fantomas, K-Fantax, K-Phantom , K- Rocambole  etc… Insomma anche il clonato è un clone perché è la legge della vita. Pare ci sia stata solo una vergine a partorire e non risulta che il fatto si sia ripetuto. Tutti gli altri parti sono  cloni.
Con immutata stima,  voster Max Bunker.

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Lug 152013
 

AF3COLOR – ALAN FORD – COLOR

Non è una chimera, è la coloratissima realtà!

ALAN FORD è ripartito tutto a colori dal
 numero UNO,
proprio dalla primissima storia
 del biondo Alan dagli occhi cerulei!

Max Bunker ci ha riportato con una surreale macchina del tempo agli anni ’60, colorandoli magicamente in una image full color (ehm…).

Ai disegni Magnus, ça va sans dire!

Il numero tre è in edicola dal 3 luglio

 

 Posted by at 10:17
Giu 122013
 

af colori 2NEW – ALAN FORD – NEW

Non è un miraggio, è la coloratissima realtà!

ALAN FORD è ripartito tutto a colori dal
 numero UNO,
proprio dalla primissima storia
 del biondo Alan dagli occhi cerulei!

       Max Bunker ci ha riportato con una surreale macchina del tempo agli anni ’60, colorandoli magicamente in una image full color (ehm…). Ai disegni Magnus, ça va sans dire!

Il numero due è in edicola dal 4 giugno

 Posted by at 11:14
Feb 132013
 

Il Corriere della Sera ha ultimamente dimostrato di avere una piacevole tendenza a proporre la letteratura gialla nei suoi collaterali, ovvero quei prodotti che si vendono in aggiunta al periodico.
Dopo il “Maigret“ di Simenon e 30 romanzi di Patricia Highsmith, creatrice dell’inquietante personaggio di Mr. Ripley, traslato in film diverse volte, nonché del romanzo che Alfred Hitchcock ha portato sullo schermo dal titolo “Delitto per delitto“, ecco arrivare una nuova collana gialla chiamata “I gialli del Corriere della Sera“ in 20 volumi settimanali, che propone materiale, talvolta semi sconosciuto, del mondo giallo angloamericano in collaborazione con l’editore Polillo.

Locandina del film di Alfred Hitchcock

Esordio con “La casa dei sette cadaveri “ (1939) di Jefferson Farjeon, un fecondo autore britannico che ha scritto parecchie sceneggiature cinematografiche tra cui “Numero 17“ film diretto da Hitchcock nel suo periodo inglese.
Don Betteridge, che lavorò per i servizi segreti britannici nella Prima guerra mondiale è presente con  “L’alibi di Scotland Yard“ (1938).

Sempre inglese è Anthony Berkeley con “Il caso dei cioccolatini avvelenati“(1926).

La locandina del film "La scala a chiocciola" di Robert Siodmak

Americana è invece la prolifica Mary Roberts Rinehart, un nome famoso, autrice del best-seller “La scala a chiocciola “ (1908) che ebbe più di una versione cinematografica, la più famosa fu diretta da Robert Siodmak con Dorothy McGuire e Gerorge Brent (doppiatore dell’assassino un eccezionale Alberto Sordi!!!).

John Dickson Carr non ha bisogno di presentazioni, americano di nascita ma inglese per scelta di vita, è famoso per i suoi “delitti impossibili“ che fanno venire il mal di testa all’investigatore dilettante Gideon Fell e che appare per la prima volta in “Occhiali Neri“ (1939), quinta uscita della collana.
Proseguendo con nomi arcinoti ecco il londinese James Hadley Chase con quello che è giustamente ritenuto il suo capolavoro “Niente orchidee per Miss Blandish“ (1939) romanzo best seller che narrava di un’America cinica e crudele, luogo dove non era mai stato.
Il giornalista R.A.J. Walling a 58 anni esordì col suo primo romanzo giallo quando fu nominato giudice onorario. È presente nei Gialli del Corriere della Sera  con “I fatali 5 minuti“ (1932) che Ellery Queen inserì nella lista delle pietre miliari del  giallo.

La locandina di The Longest Night con Robert Young

J.J. Connington britannico docente universitario di chimica iniziò nel 1926 a scrivere per hobby. Il successo gli sorrise con “Il caso con nove soluzioni“ del 1929.
L’inglese Christopher Bush scrisse ben 62 romanzi, uno tra i più noti è “Una buona tazza di tè“ (1929), nona uscita di questa gialla collana.
Edgar Marcus Lustgarten è un avvocato al quale va l’indiscusso merito d’avere inventato il legal thriller nel 1947, con la pubblicazione di “Signori della corte“. Imperdibile.

La collana ci propone poi Cortland Fitzsimmons che creò il personaggio di Ethel Thomas: una simpatica vecchietta che fa ricordare la Miss Marple di Agatha Christie, col romanzo “Delitto ai grandi magazzini“ (1936) che divenne un film The Longest Night per la regia di Errol Taggart interpretato da un giovanissimo Robert Young e da Florence Rice.

La locandina di Vertigine di Otto Preminger

L’americana Vera Caspary ha raggiunto il successo con l’originale romanzo “Laura“. Anche da questo mystery fu tratto un film: Vertigine, cult movie in bianco e nero del regista Otto Preminger, protagonisti Gene Tierney e Dana Andress.
“Charlie Chan e la casa senza chiavi “ del romanziere Earl Derr Biggers fece la sua apparizione a puntate sul settimanale Saturday Evening Post“ lanciando l’arguto personaggio cinese che fu protagonista di altri cinque romanzi.
George Bellairs ama la Francia e ne adora la cucina, passione che condivide con il suo ispettore Tom Littlejohn di Scotland Yard, ambientando spesso i suoi gialli nella regione gallica come “Morte in Provenza“ (1957).
“Delitto ad Harvard“ (1934) è il biglietto da visita di Timothy Fuller, studente universitario alle prese col suo primo giallo che si svolge nel suo stesso ateneo con un sottile britannico umorismo.
David Frome, nome maschile, è il nom de plume della scrittrice californiana Zenith Jones Brown, ovvero una donna che creò il personaggio di Mr.Pinkerton (che ricorda vagamente il capitano della Butterfly di Puccini) e scrisse diversi gialli ambientati in Inghilterra come “I delitti di Hammersmiths“ (1930).
Docente alla Columbia University di New York, profondo studioso di William Shakespeare, ma anche appassionato di gialli, con lo pseudonimo di Thomas Kyd pubblicò “Assassinio all’Università”(1946) che ebbe larghi consensi.
Era il periodo degli investigatori dilettanti e C.H.B. Kitchin  ne inventò uno particolare, uno squattrinato agente di borsa che investigava per salvarsi dall’accusa di avere ucciso la ricca zia, col romanzo “La morte di mia zia“(1929), 18° numero della collana, è stato inserito nella rosa dei migliori 100 gialli da un noto crtitico.
“La sera della prima” venne pubblicato con successo nel 1931, la firma enigmatica dell’autore era F.G. Parke. Il giallo narra di un delitto avvenuto durante uno spettacolo teatrale. Una curiosità: non si è mai saputo chi si celava effettivamente dietro quello pseudonimo (S.S. Van Dine, Ellery Queen?)
Ultimo della serie: “Morte al telefono“ (1944) dell’americana Elizabeth Daly che scrisse il suo primo romanzo all’età di 60 anni creando un curioso quanto raffinato investigatore dilettante, Henry Gamadge di professione bibliografo.

Omaggio al maestro Edgar Allan Poe

Un viaggio all’indietro nel tempo alla ricerca delle origini del mystery che hanno in Edgar Allan Poe, con il suo ispettore Dupin, il primo e forse inconsapevole capostipite di questa affascinante branca di letteratura colorata In giallo.
t.v.

 Posted by at 16:11
Gen 042013
 

© by Max Bunker

Un paio di lunedì fa, nell’accendere il Pc ebbi un’amara sorpresa: il mio conto corrente
postale era stato fermato, la mia carta di credito sospesa e il conto corrente bancario bloccato.
“Accidenti” dissi tra i denti, “che bella maniera per iniziare una settimana”. Passato lo
sgomento  incominciò la fase di riflessione e balzò evidente che c’era qualcosa che non
funzionava. Io non avevo alcun conto corrente postale quindi come potevano bloccarlo? La motivazione addotta era che c’erano state delle irregolarità e venivo invitato a trasmettere il
mio giusto numero di conto con relativa password, affinché la posta potesse controllare che tutto era giusto. La stessa cosa riguardava la carta di credito, ma anche qui non capivo come
era possibile in quanto non possiedo carta di credito. Caso di omonimia? La richiesta la stessa: fornire tutti i dati affinché potessero controllare che era tutto in ordine. La terza era la banca  ed effettivamente un conticino ce l’avevo. Le richieste di dati erano sempre quelle con la solita motivazione, qui aggravata, dal pretesto che qualcuno aveva tentato di entrare nel mio conto. Che fornissi le coordinate per il controllo.
Incominciai a nutrire qualche perplessità e fiutare l’imbroglio. Così presi il telefono e chiamai la mia banca per chiedere motivo di quella email. Il cassiere cadde dalle nuvole, non solo la banca non aveva inviato quella email ma mi ricordarono che io avevo chiuso il mio conto presso l’istituto di credito da più di un mese. Ebbi una folgorazione, non come quella di Saulo sulla via di Damasco, ma abbastanza vicina.  Qualche truffatore o associazione a delinquere mandava a tutti, indistintamente, quel tipo di email e qualcuno abboccava fornendo i dati richiesti per poi trovarsi i conti correnti svuotati e una montagna di addebiti di acquisti mai fatti sulla carta di credito.
Che fare per difendersi da questi ladracci? Non rispondere mai per email ma chiamare la propria banca o ufficio postale e chiedere ragguagli. Inoltre segnalare la cosa alla Polizia Postale che sarà oltremodo lieta di darvi una mano.
Con più attenzione ho perso un po’ di tempo a leggere delle lunghe lettere, in genere in lingua
inglese, di qualcuno in Africa che voleva trasferire in Italia una ingente somma e chiedeva un
conto corrente d’appoggio onde versare, lasciando ben il 50 per cento a chi forniva la disponibilità del conto. Il risultato era che, una volta saputo numero e password, il conto veniva svuotato sino all’ultimo centesimo di euro.
Altra truffa è quella di rubare dati. In genere salta fuori da qualche paese lontano come Australia, Nuova Zelanda, ma anche dagli Stati Uniti, un notaio vi informa che avete ereditato una somma da capogiro e per mandarvi i dindini vi chiede tutti i dati personali, e anche numero di un documento d’identificazione, come la carta d’identità o il passaporto. Una volta fatto ciò non verrete più disturbati dal fantomatico notaio ma ci sarà qualcuno per il mondo che usa il vostro nome, cognome etc…e solitamente non sono personaggi positivi.
C’è anche la truffa più contenuta dell’eredità, sempre da qualche paese esotico. Ne ha immortalata una Totò nel film “Totò Truffa” in una delle scorribande per gabbare il prossimo, il principe De Curtis si traveste da ambasciatore di un paese del centro d’Africa. Un poveraccio viene informato che c’è grossa eredità pendente ma per entrarne in possesso bisogna sborsare un certo numero  di soldi per le solite spese, spesine spesone e spesucce che la burocrazia esige, specialmente  quella inventata. Il malcapitato versa, poi quando va per intascare l’agognata eredità trova il nulla.
Per concludere bisogna arguire che i poveri di spirito avranno anche garantito il regno dei cieli
ma nella repubblica in terra saranno destinati a essere preda di voraci vampiri che succhiano soldi invece che sangue. Come fare a difendersi? Nel dubbio rivolgetevi sempre alla Polizia Postale che esiste appositamente per lottare contro i delinquenti del web.

l.s.

 Posted by at 12:54
Dic 302012
 

IL NUOVO ANNO È ALLE PORTE, ECCOLO CHE BUSSA: TOCK TOCK….

NOI VI CONSIGLIAMO DI INIZIARLO CON UNA BUONA LETTURA PORTAFORTUNA
E CIOÈ CON
I DUE VOLUMI DELL’OPERA OMNIA DI
Riccardo Finzi

continuate a leggere tutte le istruzioni di come diventare e fare diventare possessori di una rarità, una vera chicca, a tiratura limitatissima!


CHI È RICCARDO FINZI?

È un giovane investigatore lombardo diplomatosi detective per corrispondenza presso l’istituto VOLONTÀ & ABNEGAZIONE e trasferitosi a Milano per iniziare la professione trovando casa e ufficio insieme in via dei Franchi 3 bis. Nello stabile abita anche una vedova, Pina Parenti, che diventa in breve la sua governante, cuoca e persona di fiducia e l’appuntato dei carabinieri in pensione Giuseppe Marchini detto Ciammarica, che diventerà in breve il suo braccio destro. Nei sedici libri scritti le sue indagini si snodano principalmente nella capitale lombarda con qualche punta a Roma, una straordinaria negli Stati Uniti d’America, dove se la dovrà vedere con la Mafia italo-americana e un’altra in giro per il mondo. Riccardo Finzi regala suspense, mistero con un pizzico di humour, tutto ben bilanciato in un saporito cocktail. Dalla sua prima avventura è stato tratto anche un film diretto da Bruno Corbucci dal titolo AGENZIA RICCARDO FINZI PRATICAMENTE DETECTIVE interpretato da Renato Pozzetto ed Enzo Cannavale.

Ecco la composizione dell’opera:

VOLUME 1°
Contiene i romanzi:
    ◆    AGENZIA INVESTIGATIVA
    ◆    UN SANO DELITTO DI  GELOSIA
    ◆    FOTOFINISH
    ◆    ASSO DI PICCHE
    ◆    IL SERPENTE DAGLI  
    ◆    OCCHI DI SMERALDO
    ◆    PERICOLOSAMENTE TUA
    ◆    IN VIAGGIO CON LA MORTE
    ◆    OMICIDIO SECCO
VOLUME 2°
Contiene i romanzi:
    ◆    NEL NOME DELLA MAFIA
    ◆    RAPINA TRAGICA
    ◆    L’ASSASSINO È TRA NOI
    ◆    SPARO PER UCCIDERE
    ◆    SIGNORI, VA IN ONDA IL CRIMINE
    ◆    MORTE AL TIRANNO
    ◆    PENNY BLACK
    ◆    JACKPOT

L’opera omnia di Riccardo Finzi in due volumi da 800 pagine l’uno, tiratura limitatissima:

80 copie numerate e autografate, prezzo di ogni volume 75 euro (+ 4,5 spese spedizione),               i 2 volumi assieme 140 euro (+ 10 spese spedizione).

In vendita in esclusiva alla MBP

COME ORDINARE:
– Bollettino postale sul c/c n. 20853206 (non scrivere sul retro del bollettino postale)
– Bonifico bancario (IBAN: IT97Z 07601 01600 000020853206)
Scrivere sempre l’indirizzo dove effettuare la consegna.
Ogni forma di pagamento dovrà essere intestata a: 
Max Bunker Press, Via Fatebenefratelli 15, 20121 Milano, specificando sempre la causale del versamento 

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 Posted by at 10:34
Set 052012
 

Luciano Secchi ci omaggia di un altro delizioso racconto che io sono felice di condividere, eccolo:

Camminavo da mezz’ora sotto il sole che batteva incessantemente e provavo una sorta di sadico piacere nel vedere la mia fronte grondare di sudore e i miei occhi stralunarsi.
Avevo preso quella che ritenevo una scorciatoia, una strada biancastra, coperta di ghiaia, molto irregolare, senza un filo di verde attorno. Una strada che, in realtà, aveva allungato il mio cammino. Ormai ero quasi allo stremo, miravo in lontananza una macchia verde scuro, la mia meta. Non vedevo l’ora di allungarmi sotto un albero riparato dall’ombra e ristorato dalla frescura delle foglie.
Improvvisamente vidi una baracca. Era forse qualcosa di più, ma calzava a pennello in quel paesaggio desolato che si era scoperto ai miei occhi. Era una trattoria, almeno così diceva l’insegna. Fuori vi erano pure dei cartoni arricciati e sbiaditi che lasciavano immaginare una remota pubblicità di bibite. Vi erano anche due alberi fioriti. Un sorriso allargò il mio volto. Sedetti all’ombra di una pianta, infilando le gambe sotto un tavolo scalcinato, poggiandole sopra una sedia non da meno.
Mi passai per l’ennesima volta il fazzoletto attorno al collo, ci feci un nodo e lo tenni lì. Alzando gli occhi vidi, poco distante da me, seduto a un tavolo, un vecchio signore dalla barba lunghissima, la cui estremità si era attorcigliata alla gamba del tavolaccio. Poggiava le mani su un bastone intagliato grossolanamente e aveva lo sguardo fisso all’infinito.
Gli sorrisi, ma non mi vide o non volle vedermi. Alzai le spalle. Ero così contento di avere trovato l’ombra e il verde dietro la catapecchia che tutto il resto non mi interessava. Attesi pazientemente che il trattore o un cameriere si facesse vivo per prendere l’ordinazione. Passò il tempo. Il sole calò, venne la sera, poi la notte e il mattino seguente. Ancora nessuno si era visto. Il vecchio era nell’identica posizione e io ero ancora al mio posto.
  – Scusi – azzardai, – il servizio qui è un po’ lento o sbaglio?
  – Non sbaglia, giovanotto – bofonchiò la voce del maturo personaggio.
Poi più niente. Passarono diverse ore, il sole che prima era ancora timido, divenne sempre più spavaldo e colpiva violentemente la terra con i suoi raggi. La gola era secca e incominciavo a sentire il bisogno di bere qualcosa di fresco.
  – Scusi – tornai ad azzardare, – hanno bibite ghiacciate qui?
  – Ne ho ordinata una anch’io – tornò a bofonchiare la stessa voce del medesimo maturo personaggio.
  – E da quando? – stavolta ero lanciato, visto che si era all’imbrunire.
  – Oh, da tanto! – concluse l’interrogato.
Calò il sole. I grilli cominciarono a frinire. Si era alzato un leggero vento e avevo meno sete, ora, ma la gola mi doleva.
  – Pensi che quando sono venuto qui a chiedere una birra, mi ero appena laureato – era la voce dell’attempato cliente che rompeva il brusio della natura in fermento.
  – Sì? – l’incoraggiai, non senza fatica per la gola riarsa.
  – Sì – riprese il vegliardo. – Era una bella giornata calda, come quella dell’altro giorno, quando siete arrivato qui. Mi ero seduto e avevo ordinato una birra a Carlo, il figlio del trattore, della mia stessa classe. Avevo sete e attendevo impaziente, ma il tempo passò lento e inesorabile. Carlo si sposò, ebbe un figlio, partì per la guerra e morì al fronte. Gigino, il figliolo, mi disse di attendere, di avere un po’ di pazienza che sarebbe venuto subito a servirmi. Ma andò all’università, poi in città e lasciò solo il nonno che era molto vecchio e non aveva molta voglia di tirare ancora avanti la carretta.
Il mio compagno d’attesa parlava senza sosta, come se avesse atteso da chissà quanto di parlare con qualcuno, e io lo ascoltavo interessato senza interromperlo.
  – Morto lui, andò avanti il cugino Cesare che già aveva avuto un bar, senza tuttavia apportare migliorie al servizio dei clienti! Cesare è morto l’anno scorso. Suo figlio, che è piuttosto in gamba, si occupa di tutto. È un buon figliolo e sono convinto che tra non molto esaudirà la mia richiesta.
Era già l’alba. La natura si risvegliava, riprendeva la vita della luce e cessava quella delle tenebre. Guardai in faccia il mio interlocutore che ora taceva, aveva gli occhi fissi all’orizzonte, ma il suo viso mi sembrava più scavato e la barba ancora più lunga.
Non saprei dire quanto tempo passò da quel colloquio che rimase l’ultimo, avendoci il silenzio stretti, legati e avvinghiati; ma finalmente apparve un cameriere.
Quando uscì dalla porta, mi sembrava piuttosto giovane e lesto, ma, man mano che si avvicinava mi pareva che invecchiasse e si incurvasse sempre più.
Sì fermò davanti al tavolo del barbuto uomo e, con voce malsicura, chiese: – Il signore aveva ordinato una birra ghiacciata?
  – Sì.
  – Mi spiace, signore, ma le abbiamo finite.
Il vecchio sbuffò, raccolse tutte le restanti forze, si alzò a fatica appoggiandosi al bastone e se ne andò mugugnando: – Poteva dirmelo prima!

© copyright 1970-2012 by Luciano Secchi. Riproduzione autorizzata.

Giangiacomo passava di lì tutti i giorni. Si fermava e riempiva i polmoni del profumo che veniva dalla finestra della cucina, poi spiaccicava il naso contro il vetro dell’ingresso del ristorante per cercare di vedere chi fossero i fortunati che potevano permettersi l’accesso in un locale del genere. Ma il vetro smerigliato e le tendine gli impedivano di vedere qualcosa di più che non delle sagome sfuocate che si muovevano dilatandosi nelle venature della ricca vetrata.
Ma aveva sentito parlare parecchio di quel ristorante che aveva un nome particolare, semplicemente “Il ristorante” e che ospitava solo gente di alto rango, non tanto per quanto potesse concernere un’educazione o un casato, ma solo il conto in banca.
Al bar, con gli amici, nelle lunghe sere d’estate si favoleggiava intorno a questo ristorante e ai conti che si pagavano e diventava inevitabilmente il discorso preferito di coloro che il locale lo avevano visto solo di fuori.
– Un mio amico che ha un cugino che fa l’autista per un signore, ha un fratello che è stato là a mangiare. Dice che è costato un occhio della testa. Cosa che solo pochissime persone possono permettersi.
– Uhm, non è molto democratico però!
– Se vuoi ti lasciano entrare. Basta che tu paghi. Quanto non lo si sa, non hanno mai esposto la lista sulla vetrata.
– Ma cosa credi che sia? La mensa dei dopolavoristi? Quello è il ristorante di chi è arrivato, come la Rolls Royce è la macchina dei miliardari. Lì non ha importanza quello che si mangia o quello che si paga, basta poter dire di esserci entrati.
Giangiacomo provava una stretta al cuore al pensiero che lui, forse, non avrebbe mai potuto entrare in quel ristorante così lussuosamente dispendioso e confidò la sua pena alla sua ragazza.
– Noi non potremo mai andare là dentro, mai. Con quel poco che guadagni tu e con quel niente che guadagno io, mia cara Graziella non potremo mai permettercelo.
– Certo che se invece di lavorare io sola per costruire il nostro avvenire, anche tu mi dessi una mano, sarebbe una faccenda più celere e chissà mai che allora una puntatina in quel ristorante…
– Lavorare, lavorare, è una parola. Basterebbe dirlo che subito zac. Ma non sai quanti disoccupati ci sono al mondo? Tanti eh? Ebbene io sono uno di quelli.
– Non ti offendere, caro, non volevo urtare la tua suscettibilità e il tuo amor proprio! So come soffri a essere nella tua condizione, scusami.
– Ah, beh… adesso sì che ti riconosco come la mia pettirossa. Poi prendo il sussidio, no?
– Ah, sì,  è vero… certo che non è molto elevato, comunque…
Il ragazzo attirò a sé la sua ragazza, la strinse con tutta la forza che aveva in corpo e appiccicò le sue labbra violacee su quelle rosa-pesca della fremente fanciulla. Dopo una breve estasi, sospirò e aggiunse speranzoso:
– Cara, vedi di fare delle economie o dei lavori extra in ufficio. Dobbiamo andare in quel ristorante, dobbiamo.
– Sì, sì caro, tutto quello che vuoi tu per farti felice, per essere noi felici, tutto quello che vuoi.
Graziella fu di parola, lavorò alacremente, incessantemente, trascurando ogni qualsiasi esigenza che potesse essere considerata superflua. Riuscì a economizzare una discreta somma e alfine poté dire col cuore gonfio di gioia:
– Giangiacomo, domani puoi portarmi a “Il ristorante”, ho messo via i soldi sufficienti.
– Ma no! Sul serio? Ci sei riuscita! Ma che brava! Vieni qui tra le mie braccia che ti do un bacio da mozzarti il fiato.
– Oh ma che brutte rughe hai sul viso e la pelle, un po’ sciupatina eh? Sarà bene che usi un bel po’ di cerone domani! Non vorrai farmi sfigurare, spero!
– No, no caro, stai tranquillo. Vedrai che tornerò bella come non mai… è che ho dovuto tralasciare il trucco e la cura del viso, del mio corpo, per lavorare, altrimenti come avremmo potuto…
– Oh adesso non incominciare a fare la classista perché hai la fortuna di avere un posto di lavoro, so già tutto, quindi è bene che non ti immoli nuovamente.
– Ma caro io non volevo fare la martire, ma solo spiegare perché io…
Ma Giangiacomo non la sentiva, era seduto su una nuvola e si alzava leggero leggero nella nebbia tagliata da strisce di raggi di sole. Stava per sorpassare la linea fatidica che aveva sempre agognato: finalmente anche lui sarebbe andato a “Il ristorante”, avrebbe mangiato lì.

*****

La porta fu aperta dal portiere gallonato che, con un inchino molto profondo, salutò la coppia scappellandosi.
– A nome della direzione, porgo il benvenuto ai signori.
– Ehm grazie, grazie…
– Il guardaroba è di qua, prego.
Un cameriere in livrea di velluto amaranto con risvolti viola si era fatto incontro a Giangiacomo e Graziella che, senza darlo troppo a vedere, roteavano le palline degli occhi per abbrancare più visuale possibile del locale.
– Ah, sì… grazie.
– Fanno cinquemila denari a capo, si paga in anticipo.
– Ah, sì, naturalmente, ecco qua, sei, sette… otto, nove e dieci.
Il maître si fece loro incontro scoprendo una fila di denti bianchissimi e perfetti, buon prodotto d’odontotecnica artigianale, che, con sussiego, li introdusse nella sala da pranzo più lussuosa che ci potesse essere mai stata. Broccati, alamari, tappeti persiani, bukara, gemme, gioielli, oro e argento si sovrapponevano con i loro colori tanto da creare un’unica massa che confondeva chiunque puntasse gli occhi attorno per la prima volta.
– I signori si accomodino, ora portiamo il coperto. Loro usano tovaglioli, nevvero?
– Eh? Ma sì, sì certo, caspita, ci mancherebbe…
– Molto bene, ecco due tovaglioli, sono duemila denari l’uno, si paga in anticipo.
– Eh? Ah, certo, certo, ecco quattromila denari.
– Immagino che vorrete mangiare con le posate d’argento, vero?
– Ah, senz’altro! D’argento o non mangiamo.
– Mi fa molto piacere, perché ne abbiamo di certe che sono un bijou, roba da far rimanere secchi. Si dice che Napoleone Bonaparte le abbia usate prima di partire per l’Elba.
– Ah, interessante.
– Fanno venticinquemila denari pro capite. Una cifra irrisoria, vero? D’altronde la direzione non vuole speculare sulle rifiniture.
Graziella guardò Giangiacomo arrossendo. Questi porse i cinquantamila denari e fissava preoccupato gli occhi della compagna di desco.
– Ehm Giangiacomo io… io ho solo…
– Ho capito, ho capito!
– Ah, dunque allora, adesso vediamo un po’. Bicchieri di Boemia, tutti lavorati con firma di autore su ogni bicchiere, oppure preferiscono qualcosa di più moderno, magari non molto estroso?
– Mah, non saprei, bisognerebbe vedere un po’.
– Ma certo, ma certo… Filippo, porta qui il campionario dei bicchieri… Ecco, guardi pure, facciamo scegliere alla  sua signora? Quale desidera?
– Beh, ecco quelli lì, gialli, no, quelli sono arancioni, quelli gialli, sì, ecco quelli lì.
– Ah madame, mi complimento per il suo buon gusto. Una scelta veramente di classe. Sono i migliori bicchieri che abbiamo. Trentacinquemila denari al servizio.
Lui sudò. Lei pure. In tanto tempo che si conoscevano i loro occhi non erano stati mai così loquaci. Pagò!
– Come piatti, cosa preferiscono?
– Ah, ecco sì, ci dia la lista che ordiniamo subito!
– Ma no, cos’ha capito, signore? Non vorrà dirmi che la sua estrosità la porta a mangiare sulla tovaglia. È severamente proibito qui. Ci sarebbe una multa di centomila denari. No, no, io mi riferivo ai piatti, ai contenitori del cibo. Preferisce ceramica, terracotta smaltata, argento, oro, platino laminato, o che?
– Mah, veda un po’ lei.
– Molto bene, signore, allora visto che avete scelto quei bicchieri, non possiamo fare a meno di prendere i piatti di platino. Eh, sì, costano un po’ ma che sciccheria, che lusso, complimenti ancora signora…
– Quanto sarebbe?
– Eh, quarantacinquemila denari cadauno, signore, ma creda, li valgono.
Giangiacomo riusciva a malapena a trattenere l’ira che lo aveva invaso tutto. Tirò fuori il denaro e si accertò, come temeva, di non averne più. Tutto quello che la sua fidanzata gli aveva dato era già stato speso senza neanche vedere il menù.
– Ecco tenga, ce ne andiamo. Ci è passato l’appetito.
– Ah, i signori soffrono di inappetenza! Che peccato. Avremmo comunque un ottimo aperitivo, da prendere in altri bicchieri, s’intende, che…
– No, no, lasci perdere, abbiamo un appuntamento.
– Ah, bene, signore come desidera, deve pagare il coperto, la percentuale e le marche signore, sono ancora diecimila denari.
– Ecco… a lei, è l’ultimo.
– Bene, ora possiamo andare.
– Certo signori, buona sera… Ci auguriamo di rivedervi presto ehm… presto ehm… presto ehm…
– Beh, che c’è ancora?
– La mancia signore, non è d’obbligo, ma lei capisce…
Stavolta il cliente non riuscì a trattenere una grossa imprecazione che destò stupore e indignazione nel capo servizio del ristorante.
– Signore, sono sconcertato, parole siffatte…
– Ne sentirà delle altre, se non si scosta subito.
Prendendo per mano la sua infelice compagna, Giangiacomo uscì dal locale trascinandosela dietro.
Il maître, alcuni camerieri e il guardarobiere osservarono quasi disgustati la scena.
– Inaudito! Speriamo che non ritornino più! Quelli sono i clienti che rovinano la buona reputazione di un locale.

Luciano Secchi

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